Gli adolescenti e la sindrome di HIKIKOMORI : ecco di che cosa si tratta

La sindrome di Hikikomori in giapponese significa “stare in disparte” e colpisce più adolescenti  di quanto    si possa immaginare. Nel nostro Paese, secondo Hikikomori Italia, alcune stime riporterebbero almeno 100.000 casi di ragazzi che hanno tra i 15 e i 25 anni.

Marco Crepaldi, presidente di Hikikomori Italia, definisce la sindrome come “ il frutto si una società che esercita sui ragazzi una serie di pressioni che vanno dai buoni voti scolastici, alla realizzazione personale, alla bellezza fino alla moda”.

Gli adolescenti si trovano così a dover colmare virtualmente il divario che si viene a creare tra la realtà e le aspettative di genitori, insegnanti e coetanei. Quando questo gap diventa troppo grande si sperimentano sentimenti di impotenza, vergogna e di fallimento: il giovane si allontana sempre di più dalla società, trovando rifugio nella propria stanza.

Non si tratta, quindi, di una dipendenza da video-games, né di un disturbo depressivo dell’umore, né di una fobia sociale. Vi è il desiderio di rifuggire dal mondo esterno e chiudersi in uno spazio privato dove leggere, studiare, giocare ai videogiochi, navigare su internet senza avere alcun rapporto sociale.

Gli hikikomori, così come vengono definiti,  sono ragazzi molto intelligenti, ma anche particolarmente introversi e sensibili. Questo loro temperamento contribuisce alla difficoltà nell’instaurare relazioni sociali che siano soddisfacenti e all’ inserimento nel gruppo di pari. Soprattutto il mondo della scuola viene vissuto in modo particolarmente negativo perchè alla base ci possono essere anche episodi di bullismo.

I primi segnali arrivano generalmente nella fase della pre-adolescenza, con due passaggi chiave: l’inizio e la fine delle scuole superiori. “Le prime perché il ragazzo inizia a confrontarsi con insegnanti e compagni di classe nuovi. La seconda perché è il momento in cui bisogna tracciare la strada che si vuole seguire nella vita” racconta Crepaldi. Spesso la chiusura non è così netta: i primi segnali preoccupante sono le frequenti assenze a scuola, accompagnate da altri campanelli d’allarme come l’inversione del ritmo sonno-veglia, il passare sempre più tempo in camera e la preferenza per attività solitarie.

Oggi sono pochi i medici ben formati sul problema. La maggior parte non conoscono il fenomeno, non sanno da dove iniziare e tendono a inquadrarlo nelle categorie diagnostiche classiche di fobia sociale, disturbo della personalità o depressione, spiega Crepaldi. L’approccio giusto consiste invece nel coinvolgere attivamente entrambi i genitori come parte integrante del trattamento.